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Guerra e cancro: 123 milioni di sfollati senza cure, allarme Aiom

Centoventitré milioni di persone nel mondo vivono attualmente lo status di sfollati a causa di guerre e conflitti armati, e per gran parte di loro l’accesso alle cure oncologiche e ai programmi di prevenzione è di fatto azzerato. È l’allarme lanciato da Berardi, esponente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), che ha posto l’attenzione sulle conseguenze sanitarie, spesso invisibili, dei conflitti in corso su scala globale.

Secondo quanto emerso, il tema riguarda non solo le popolazioni direttamente coinvolte nei teatri di guerra, ma anche i sistemi sanitari dei paesi che accolgono profughi e migranti, chiamati a fronteggiare bisogni di cura complessi con risorse spesso limitate. La mancanza di continuità assistenziale, secondo l’oncologo, rappresenta uno dei principali ostacoli alla diagnosi precoce dei tumori, che in condizioni di normalità potrebbero essere individuati e trattati con maggiori probabilità di successo.

Un problema che tocca anche i territori periferici

Se il dato dei 123 milioni di sfollati ha una dimensione globale, il tema della continuità delle cure oncologiche interseca anche le realtà sanitarie locali, come quella della Gallura, dove negli ultimi anni si è registrato un aumento della popolazione straniera residente e di passaggio, legata sia a flussi migratori che a dinamiche stagionali legate al turismo. Garantire prevenzione e diagnosi precoce a chi arriva da contesti di crisi rappresenta una sfida anche per i presidi sanitari del territorio, spesso già sottoposti a pressioni legate alla stagionalità e alla distanza dai grandi centri oncologici regionali.

L’appello lanciato da Aiom richiama l’attenzione delle istituzioni sanitarie, a livello nazionale e locale, sulla necessità di rafforzare le reti di assistenza per le persone in condizione di fragilità, comprese quelle sfollate o rifugiate, affinché la guerra non si traduca anche in una condanna sanitaria silenziosa, fatta di diagnosi tardive e cure interrotte.

La questione, secondo quanto sottolineato dall’oncologo, richiede un approccio coordinato tra sanità pubblica, organizzazioni internazionali e associazioni di categoria, per evitare che i conflitti in corso aggravino ulteriormente il carico di malattie oncologiche non trattate a livello globale.