Il Tar della Sardegna ha dato torto al Comune di Olbia, annullando l’ordinanza che vietava di somministrare cibo ai cani randagi presenti sul territorio comunale. Una decisione che riapre la questione della gestione del randagismo in città e che accoglie le ragioni di chi si era opposto al provvedimento, ritenuto illegittimo.
Il ricorso era stato presentato da cittadini e associazioni animaliste dopo l’introduzione del divieto da parte dell’amministrazione olbiese, motivato con presunte esigenze di decoro urbano e sicurezza pubblica. Secondo quanto emerso dalla pronuncia dei giudici amministrativi, il Comune non avrebbe fornito elementi sufficienti a giustificare una simile limitazione, che di fatto impediva a volontari e privati cittadini di prendersi cura degli animali randagi presenti sul territorio.
Le motivazioni del Tar
I giudici hanno stabilito che nutrire i randagi non costituisce di per sé un comportamento sanzionabile, ribadendo un principio già affermato in diverse pronunce di altri tribunali amministrativi italiani in casi analoghi. L’atto comunale, secondo il Tar, avrebbe compresso in maniera sproporzionata la libertà dei cittadini di occuparsi del benessere animale, senza che fosse dimostrata una reale connessione tra l’alimentazione dei randagi e problemi di ordine pubblico o igienico-sanitario.
La pronuncia rappresenta una battuta d’arresto per l’amministrazione comunale, che dovrà ora rivedere la propria strategia sulla gestione del randagismo, tema da tempo al centro del dibattito cittadino a Olbia e in diversi centri della Gallura, dove la presenza di cani vaganti resta un problema irrisolto.
Le implicazioni per il territorio
La vicenda riporta l’attenzione sulla difficoltà di conciliare le esigenze di controllo del randagismo con i diritti dei cittadini che si occupano volontariamente del benessere degli animali. Le associazioni animaliste locali hanno accolto con favore la decisione del Tar, sottolineando come il vero nodo da affrontare resti quello delle sterilizzazioni e della gestione strutturale del fenomeno, piuttosto che il ricorso a divieti sull’alimentazione.
Resta da capire quali iniziative intraprenderà ora il Comune di Olbia per affrontare la questione, alla luce della bocciatura ricevuta e delle indicazioni fornite dal tribunale amministrativo.
